Chi è il preposto in azienda e quali sono le sue responsabilità?
03 Apr 2025Il preposto è una figura fondamentale per la gestione della sicurezza sul lavoro, con responsabilità specifiche che incidono sulla protezione della salute dei lavoratori e sul rispetto delle normative aziendali.
In questo articolo, esploreremo chi è il preposto, quali sono le sue funzioni in azienda e come contribuisce a garantire un ambiente di lavoro sicuro e conforme.
Chi è il preposto e quali sono le sue funzioni in azienda?
Il preposto è una figura fondamentale nel contesto aziendale, particolarmente nella gestione della sicurezza sul lavoro. Secondo la normativa vigente, il preposto è una persona che, individuato dal datore di lavoro, ha il compito di vigilare sull’attività lavorativa e di assicurarsi che vengano rispettate le normative di sicurezza. Il suo ruolo è cruciale per garantire la corretta applicazione delle misure preventive e protettive, contribuendo a mantenere un ambiente di lavoro sicuro.
Il preposto è incaricato di sorvegliare i lavoratori e di verificare che utilizzino correttamente le attrezzature, seguano le procedure di sicurezza e indossino i dispositivi di protezione individuale (DPI). In caso di eventuali non conformità, il preposto è tenuto a segnalarle al datore di lavoro, al fine di adottare le misure correttive necessarie.
Obblighi e responsabilità del preposto secondo il D.Lgs. 81/08
Il D.Lgs. 81/08 stabilisce gli obblighi e le responsabilità specifiche del preposto in azienda, mettendo in evidenza il suo ruolo centrale nella gestione della sicurezza sul lavoro. In questa sezione esploreremo i compiti e i doveri che il preposto deve adempiere per garantire il rispetto delle normative e la protezione della salute dei lavoratori.
Compiti e doveri del preposto per la sicurezza sul lavoro
Secondo il D.Lgs. 81/08, il preposto ha il dovere di monitorare le attività lavorative, garantendo che siano svolte in condizioni di sicurezza. Tra i suoi compiti principali vi è la segnalazione tempestiva di eventuali rischi o situazioni pericolose, che potrebbero mettere a repentaglio la salute dei lavoratori. Il preposto deve anche vigilare sul rispetto delle procedure di sicurezza e promuovere una cultura della prevenzione tra i dipendenti.
Differenze tra il preposto e l’RSPP
Il preposto e il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) sono due figure cruciali nella gestione della sicurezza sul lavoro, ma i loro ruoli differiscono.
Mentre l’RSPP ha un compito di consulenza e di coordinamento generale per la sicurezza aziendale, il preposto è responsabile della sorveglianza quotidiana sul rispetto delle normative, e della gestione diretta delle attività lavorative. La collaborazione tra queste due figure è essenziale per garantire un ambiente di lavoro sicuro ed efficiente.
Requisiti per diventare preposto e formazione obbligatoria
Per diventare preposto, è necessario possedere un’adeguata esperienza professionale e conoscenze in ambito sicurezza. In particolare, il preposto deve avere familiarità con i rischi specifici del settore in cui opera e con le procedure di sicurezza aziendali. Inoltre, deve possedere competenze nell’individuazione dei pericoli e nell’adozione delle misure preventive.
Esistono specifici percorsi formativi per preparare le persone a ricoprire il ruolo di preposto. Questi corsi, che sono obbligatori secondo il D.Lgs. 81/08, includono tematiche relative alla gestione della sicurezza, alle normative di riferimento, all’identificazione dei rischi e all’utilizzo dei dispositivi di protezione. L’obiettivo della formazione è garantire che il preposto sia in grado di svolgere i propri compiti in modo adeguato e responsabile.
Il D.Lgs. 81/08 stabilisce che il preposto debba partecipare a corsi di aggiornamento periodico, al fine di mantenere e migliorare le proprie competenze in materia di sicurezza sul lavoro. Questi aggiornamenti sono necessari per adattarsi alle evoluzioni normative e alle nuove tecnologie o pratiche di sicurezza.
Il rapporto tra il preposto e la sicurezza sul lavoro
Il preposto gioca un ruolo fondamentale nella prevenzione degli infortuni sul lavoro. La sua presenza costante sul luogo di lavoro e il suo monitoraggio continuo delle attività quotidiane contribuiscono a ridurre i rischi e a garantire che tutte le misure di sicurezza vengano applicate correttamente. Un preposto attento e preparato può prevenire incidenti e migliorare il benessere dei lavoratori.
Il preposto deve collaborare strettamente con il datore di lavoro e con gli altri membri del team di sicurezza. Deve comunicare regolarmente con il datore di lavoro riguardo eventuali problematiche relative alla sicurezza e fornire aggiornamenti sui rischi identificati. Allo stesso tempo, deve mantenere una relazione di fiducia con i lavoratori, incoraggiando un comportamento responsabile e l’osservanza delle regole di sicurezza.
Il mancato rispetto degli obblighi da parte del preposto può comportare sanzioni penali e amministrative. Se il preposto non adempie correttamente ai suoi compiti di vigilanza e gestione della sicurezza, la responsabilità ricade sulla sua persona, ma anche sull’azienda, che può subire multe e sanzioni per violazione delle normative di sicurezza sul lavoro.
La proposta Armonia
In conclusione, il preposto gioca un ruolo cruciale nel garantire la sicurezza sul lavoro e nel rispettare le normative previste dal D.Lgs. 81/08. La sua funzione di vigilanza e coordinamento è fondamentale per proteggere la salute dei lavoratori e per assicurare un ambiente di lavoro sicuro e conforme.
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Protezione dell’udito nei luoghi di lavoro: normativa, rischi e soluzioni
21 Mar 2025Il rumore nei luoghi di lavoro rappresenta un rischio significativo per la salute dei lavoratori, con conseguenze che vanno dalla perdita uditiva temporanea a danni permanenti. Per questo motivo, la protezione dell’udito è un elemento fondamentale della sicurezza sul lavoro. In questo articolo approfondiremo la normativa vigente, i principali rischi e le soluzioni disponibili per ridurre l’esposizione al rumore.
Normativa sulla protezione dell’udito
La regolamentazione sulla protezione dell’udito è disciplinata dal D.Lgs. 81/08, che impone limiti di esposizione e misure di protezione. I principali riferimenti normativi includono:
- Art. 189: stabilisce i valori limite di esposizione giornaliera e pressione acustica di picco.
- Valori limite di esposizione: 87 dB(A), picco 140 dB(C)
- Valori superiori di azione: 85 dB(A), picco 137 dB(C)
- Valori inferiori di azione: 80 dB(A), picco 135 dB(C)
- Art. 193: obbliga i datori di lavoro a fornire DPI adeguati se l’esposizione supera gli 80 dB(A).
- UNI EN 352: standard che definisce i requisiti tecnici dei dispositivi di protezione dell’udito.
Rischi dell’esposizione al rumore
Un’esposizione prolungata a livelli di rumore superiori ai limiti di sicurezza può causare diversi problemi di salute:
- Ipoacusia da rumore: perdita uditiva progressiva e irreversibile.
- Acufeni: fischi o ronzii persistenti nelle orecchie.
- Stress e affaticamento: riduzione della concentrazione e aumento della fatica.
- Rischio di infortuni: il rumore eccessivo può mascherare segnali di allarme e avvisi sonori.
DPI per la protezione dell’udito
I dispositivi di protezione individuale (DPI) per l’udito sono essenziali per ridurre l’esposizione al rumore. I principali tipi di protezioni disponibili sono:
- Inserti auricolari (tappi per le orecchie)
- Preformati o modellabili dall’utente
- Personalizzati su misura
- Cuffie antirumore
- Con archetto o montate su elmetto
- Con funzioni aggiuntive (attenuazione attiva, comunicazione integrata)
- Protettori elettronici
- Con attenuazione selettiva del rumore
- Con amplificazione dei suoni ambientali per una maggiore sicurezza
Criteri per la scelta dei DPI uditivi
La selezione dei dispositivi di protezione deve tenere conto di diversi fattori:
- Livello di attenuazione necessario: evitare sia la sotto-protezione che l’iperprotezione.
- Compatibilità con altri DPI: devono poter essere usati con caschi, occhiali protettivi, ecc.
- Comfort e durata dell’uso: dispositivi ergonomici per un uso prolungato senza fastidi.
- Intelligibilità del parlato: alcuni DPI permettono la comunicazione senza compromettere la sicurezza.
Manutenzione e corretto utilizzo dei DPI
Per garantire la massima efficacia, i DPI per l’udito devono essere usati correttamente e sottoposti a manutenzione:
- Istruzione e formazione: i lavoratori devono essere addestrati all’uso corretto.
- Controlli periodici: verifica dello stato di usura e igiene dei dispositivi.
- Sostituzione regolare: i dispositivi monouso devono essere cambiati frequentemente.
Ulteriori attenzioni da considerare
La protezione dell’udito è un aspetto essenziale della sicurezza sul lavoro. Le aziende devono adottare misure di prevenzione, selezionare DPI adeguati e garantire la formazione dei lavoratori per ridurre i rischi legati all’esposizione al rumore.
Altro aspetto da considerare per le aziende è quello della valutazione del rischio. Questo permette di avere consapevolezza del livello a cui sono esposti i lavoratori, attraverso le fonometrie, e di poter implementare gli adeguamenti a livello organizzativo, preventivo e protettivo. Attenzione poi alle malattie professionali collegate! Il tema merita un approfondimento in ulteriore articolo.
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Molestie e violenze sul lavoro: i dati INAIL 2025 e le misure di prevenzione
19 Mar 2025Le molestie e le violenze nei luoghi di lavoro rappresentano un fenomeno sempre più rilevante, con ripercussioni significative sulla salute psicofisica dei lavoratori e sulla produttività aziendale. Secondo il rapporto INAIL del 2025, gli episodi di aggressione, mobbing e discriminazione sono in aumento e colpiscono trasversalmente diversi settori, con un’incidenza maggiore per coloro che operano a stretto contatto con il pubblico. Comprendere le dinamiche di questi fenomeni e adottare strategie preventive è essenziale per garantire un ambiente di lavoro sano, sicuro ed efficiente.
I dati INAIL sulle violenze professionali
L’analisi dell’INAIL evidenzia un incremento degli infortuni legati a episodi di violenza sul lavoro. Nel 2023, gli infortuni causati da aggressioni e minacce sono stati 6.813, con un aumento dell’8,6% rispetto all’anno precedente. Le categorie più a rischio includono il personale sanitario, gli operatori dei trasporti e i lavoratori del commercio. I dati mostrano che le forme di violenza più comuni sono:
- Violenza verbale e mobbing (56% dei casi), spesso associati a dinamiche di potere asimmetriche.
- Abuso di potere (37%), che si manifesta in pressioni psicologiche, discriminazioni e umiliazioni.
- Violenza fisica (10%), con episodi di aggressione diretta.
- Stalking e molestie online (6%), un fenomeno in crescita con l’uso sempre più diffuso degli strumenti digitali.
Le donne risultano particolarmente esposte a queste forme di violenza, soprattutto nei settori della sanità e dell’assistenza sociale, dove il 70% delle aggressioni coinvolge lavoratrici. Anche i giovani e i lavoratori meno esperti sono categorie particolarmente vulnerabili.
Conseguenze sulla salute e impatti sul lavoro
Le molestie e le violenze nei luoghi di lavoro non solo compromettono il benessere individuale, ma hanno un impatto negativo sulla produttività aziendale e sul clima lavorativo. Tra le conseguenze più comuni si registrano:
- Stress, ansia e depressione, che possono sfociare in disturbi psicosomatici e burnout.
- Diminuzione della motivazione e del rendimento lavorativo, con effetti diretti sull’efficienza aziendale.
- Turnover elevato, dovuto alle dimissioni forzate di chi subisce molestie (25% delle vittime lascia il lavoro).
- Aumento del rischio di infortuni, derivante da un ambiente di lavoro ostile e non sicuro.
Secondo l’INAIL, il 37% delle donne che hanno subito violenze sul lavoro ha sperimentato burnout, mentre il 14% delle vittime ha subito un licenziamento dopo aver denunciato gli episodi.
Misure di prevenzione in azienda
Le aziende hanno l’obbligo di garantire un ambiente di lavoro sicuro, come stabilito dal D.Lgs. 81/08 e dalla Convenzione ILO n. 190, che sancisce il diritto a un luogo di lavoro libero da violenza e molestie. Tra le misure fondamentali da poter adottare per prevenire questi fenomeni:
- Valutazione del rischio di violenze e molestie: i datori di lavoro devono integrare nel DVR (Documento di Valutazione dei Rischi) un’analisi specifica sulle molestie e sulla violenza, adottando un approccio in ottica di genere.
- Formazione obbligatoria per i lavoratori: corsi di sensibilizzazione e gestione dei conflitti sono essenziali per prevenire e riconoscere situazioni di rischio.
- Codici etici e procedure aziendali: le aziende devono implementare regolamenti interni per contrastare ogni forma di discriminazione e garantire canali sicuri di segnalazione.
- Supporto psicologico: offrire assistenza a chi subisce episodi di violenza è una misura preventiva efficace, oltre che un segnale di responsabilità aziendale.
- Monitoraggio continuo: implementare sistemi di controllo e indagini interne per rilevare eventuali criticità e agire tempestivamente.
Un ulteriore passo in avanti è rappresentato dalla firma di accordi aziendali che promuovano politiche di tolleranza zero nei confronti delle molestie, così come l’adesione a programmi di welfare aziendale incentrati sul benessere psicofisico dei lavoratori.
Cosa può fare Armonia a tal riguardo
Contrastare le molestie e le violenze sul lavoro è una priorità per garantire la sicurezza dei lavoratori e la sostenibilità delle aziende. L’implementazione di misure di prevenzione, formazione e supporto psicologico può ridurre significativamente il rischio di questi episodi e migliorare il clima aziendale. Le imprese che investono in sicurezza e benessere non solo tutelano i propri dipendenti, ma rafforzano anche la propria reputazione e competitività sul mercato.
Armonia: il nostro supporto per la sicurezza e il benessere aziendale
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Corsi di formazione mirati e percorsi di supporto per aziende e lavoratori, con l’obiettivo di creare ambienti di lavoro più sicuri, collaborativi e produttivi.
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Il Cronotachigrafo: Normative, Obblighi e Formazione per una Guida Sicura
18 Mar 2025Il cronotachigrafo è uno strumento essenziale per monitorare i tempi di guida e di riposo dei conducenti di mezzi pesanti e garantire la sicurezza stradale. Il suo corretto utilizzo è disciplinato da precise normative europee e nazionali, con obblighi specifici per le aziende di trasporto e gli autisti. Questo articolo approfondisce le regole fondamentali, gli obblighi formativi e le best practice per un impiego conforme ed efficace.
Cos’è il Cronotachigrafo e Quali Sono le Sue Funzioni
Il cronotachigrafo è un dispositivo installato sui veicoli commerciali e industriali che registra informazioni cruciali come:
- Tempi di guida e riposo del conducente
- Velocità del veicolo
- Distanza percorsa
Esistono due tipi di cronotachigrafi:
- Analogico – Utilizzato fino all’introduzione del digitale, basato su dischi cartacei.
- Digitale – Obbligatorio per i veicoli immatricolati dal 2006, registra dati su una memoria interna e su una smart card del conducente.
Normativa di Riferimento
Il regolamento (UE) 165/2014 stabilisce le disposizioni per l’uso del cronotachigrafo, con l’obiettivo di garantire il rispetto delle ore di guida e prevenire la fatica del conducente. Le principali disposizioni includono:
- Tempi di guida massimi: 9 ore giornaliere (estendibili a 10 ore due volte a settimana), 56 ore settimanali e massimo 90 ore ogni due settimane.
- Pause obbligatorie: Dopo 4 ore e 30 minuti di guida continuativa, è necessario effettuare una pausa di almeno 45 minuti.
- Riposi giornalieri e settimanali: Il riposo giornaliero minimo è di 11 ore (riducibile a 9 ore per un massimo di tre volte a settimana), mentre quello settimanale è di almeno 45 ore.
Obblighi delle Aziende
Le aziende di trasporto hanno responsabilità specifiche per assicurare la conformità normativa. Tra gli obblighi principali:
- Fornire ai conducenti una formazione adeguata sull’uso del cronotachigrafo.
- Garantire il rispetto delle norme sui tempi di guida e di riposo.
- Effettuare il download e l’archiviazione dei dati per almeno 12 mesi.
- Organizzare turni di lavoro che evitino il superamento dei limiti normativi.
Formazione sull’Uso del Cronotachigrafo
Una corretta formazione è indispensabile per evitare sanzioni e migliorare la sicurezza stradale. I corsi formativi dovrebbero coprire:
- Normativa vigente e responsabilità del conducente e dell’azienda.
- Utilizzo pratico del cronotachigrafo digitale e analogico.
- Corretta gestione delle carte tachigrafiche.
- Modalità di stampa e lettura dei dati.
Sanzioni e Conseguenze della Non Conformità
Le violazioni delle norme sui tempi di guida e sull’utilizzo del cronotachigrafo possono comportare:
- Multe elevate per autisti e aziende.
- Sospensione della licenza in caso di infrazioni gravi.
- Danni reputazionali per le imprese di trasporto.
Conclusioni
L’uso corretto del cronotachigrafo è un elemento chiave per garantire la sicurezza stradale e la conformità alle normative. Le aziende devono investire in formazione per i loro conducenti e adottare procedure rigorose di monitoraggio e archiviazione dei dati.
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L’importanza dell’HACCP nella gestione della sicurezza alimentare
18 Mar 2025La sicurezza alimentare rappresenta un aspetto cruciale per qualsiasi attività che operi nel settore della produzione, preparazione e somministrazione di alimenti. Il sistema HACCP (Hazard Analysis and Critical Control Points) è un metodo scientifico e preventivo volto a garantire che ogni fase della lavorazione alimentare sia priva di rischi per la salute del consumatore.
Il Regolamento CE 852/2004 stabilisce l’obbligo per tutte le aziende del settore alimentare di adottare un sistema di autocontrollo basato sui principi dell’HACCP, con l’obiettivo di individuare, valutare e controllare i pericoli che potrebbero compromettere la sicurezza degli alimenti.
I sette principi fondamentali dell’HACCP
L’applicazione dell’HACCP si basa su sette principi fondamentali, che costituiscono il fulcro del sistema:
- Identificazione dei pericoli – Riconoscere e analizzare i potenziali pericoli biologici, chimici e fisici presenti lungo la filiera produttiva.
- Determinazione dei punti critici di controllo (CCP) – Individuare le fasi del processo in cui i pericoli possono essere prevenuti, eliminati o ridotti a livelli accettabili.
- Definizione dei limiti critici – Stabilire parametri misurabili (ad esempio, temperature di conservazione e cottura) che devono essere rispettati per garantire la sicurezza degli alimenti.
- Monitoraggio dei CCP – Implementare procedure di sorveglianza per verificare il rispetto dei limiti critici in tutte le fasi del processo produttivo.
- Adozione di azioni correttive – Definire strategie di intervento in caso di superamento dei limiti critici per prevenire il rischio di contaminazione.
- Registrazione e documentazione – Mantenere una tracciabilità dettagliata di tutte le attività svolte per dimostrare la conformità agli enti di controllo.
- Verifica del sistema – Attuare audit interni e revisioni periodiche per assicurare l’efficacia e l’aggiornamento costante delle procedure.
La nostra offerta di servizi HACCP
La conformità ai requisiti HACCP non è solo una necessità normativa, ma rappresenta anche un valore aggiunto per l’azienda, migliorandone l’affidabilità e la reputazione. Offriamo un supporto completo per la gestione della sicurezza alimentare attraverso i seguenti servizi:
- Corsi di formazione HACCP per operatori del settore alimentare, responsabili della sicurezza e addetti alla manipolazione degli alimenti, in conformità con le normative vigenti.
- Redazione di manuali di autocontrollo HACCP, personalizzati in base alle specifiche esigenze aziendali.
- Consulenza e audit interni per la verifica dell’implementazione del sistema HACCP e l’individuazione di eventuali aree di miglioramento.
- Aggiornamento normativo e assistenza nella gestione delle ispezioni da parte degli enti preposti.
Conclusioni
Implementare correttamente l’HACCP significa garantire non solo la sicurezza dei consumatori, ma anche tutelare l’azienda da sanzioni e problematiche legali. Affidarsi a professionisti del settore consente di ottimizzare i processi e assicurare un livello elevato di conformità.
FARE LA DIFFERENZA CON LA SICUREZZA – Dal D.Lgs. 626/94 al NUOVO ASR 17/04/25
14 Mar 2025L’evoluzione delle direttive sociali a 30 anni dal recepimento. Sono passate ben tre decadi dal recepimento della Direttiva sociale 89/391/CE attraverso il D.Lgs. n. 626/1994, poi sostituito dall’attuale D.Lgs. n. 81/ 2008. Dopo 30 anni di applicazione è legittimo chiedersi se questo approccio stia funzionando, se un miglioramento, ancorché non ultimato, è comunque avvenuto o se, piuttosto, occorra correggere il tiro.
Dal punto di vista statistico, per quanto riguarda l’andamento delle denunce degli infortuni (morali e non) dal 1994 al 2022, questo è costantemente decrescente, ma ci sono delle valutazioni ulteriori da fare prendendo in considerazione altri aspetti (che qui non vengono ponderati) come le morti da malattia professionale, i lavoratori non regolari e non assicurati presso Inail, la durata e gravità degli infortuni, il tasso di incidenza rapportato al numero di ore lavorate.

Osservando la Figura si vede come l’andamento decrescente si sia arrestato da un decennio. Se è indubbio che dal 1994 vi sia stata una crescente applicazione da parte delle aziende italiane delle norme di sicurezza, va anche riconosciuto come l’emanazione degli accordi Stato-Regioni del 2011 (la formazione di lavoratori, dirigenti e preposti) non ha prodotto alcun effetto visibile sull’andamento degli infortuni.
Altro aspetto è il ruolo delle direttive di prodotto e l’adozione di nuove attrezzature, conformi alla Direttiva macchine che ha determinato un incremento della sicurezza del macchinario, nonché effetti collaterali meno visibili rispetto ai canonici infortuni, in particolare in termini di carico di lavoro mentale.
In sintesi: tale diminuzione è completamente merito delle normative?
La formazione
Dal 2011, con gli Accordi Stato-Regioni, la formazione sulla sicurezza si è strutturata in un sistema normato e rigido, spesso ridotto a un obbligo burocratico. Milioni di lavoratori hanno seguito corsi che, più che formare, trasmettono nozioni tecniche. Ma la formazione non può limitarsi alla sola istruzione. La normativa stessa (D.Lgs. 81/08, art. 37) la definisce come un processo di acquisizione di competenze, che non si esaurisce nella conoscenza di norme e rischi, ma include capacità decisionali, problem solving e consapevolezza.
Un approccio efficace deve quindi integrare metodi esperienziali e interattivi, superando la semplice trasmissione di contenuti per sviluppare competenze realmente applicabili sul lavoro, come la risoluzione dei problemi, la modalità con cui si affrontano le difficoltà in ambito professionale con determinazione, la leadership, l’ambiente lavorativo motivante, una mentalità positiva e orientata alla tutela della persona, la consapevolezza (e valutazione) e non la mera conoscenza dei rischi a cui si è esposti.
Negli ultimi 12 anni, la formazione sulla sicurezza si è trasformata in un adempimento burocratico, fatto di attestati e registri, senza reali effetti sulla riduzione degli infortuni. Più che migliorare le competenze, il sistema sembra puntare solo alla conformità normativa. Non ci si può stupire se tutto questo formalismo, accompagnato da pesanti sanzioni (sospensione dell’attività imprenditoriale, duplicazione o triplicazione degli importi delle sanzioni se le violazioni riguardano più lavoratori) abbia fatto sì che molte aziende si siano più concentrate sugli aspetti burocratici (rispetto delle scadenze, attestati, ecc.) che non sull’obiettivo reale.
Come poter migliorare la formazione: la proposta in linea con la filosofia di Armonia
Come poter riportare l’attenzione all’obiettivo reale della formazione? Ecco alcuni spunti da approfondire e tenere in considerazione per la creazione di “processi educativi” e di “percorsi formativi” di valore:
- la formazione e la sua durata devono discendere dai fabbisogni formativi e dalla valutazione dei rischi (e non in modo predefinito tramite corrispondenza di CODICE ATECO). Ciò significa rinunciare alla pretesa che i corsi di formazione debbano avere una durata minima di 8, 12 o 16 ore quando l’analisi dei fabbisogni formativi dovesse dimostrare diversamente. Il tutto andrebbe a vantaggio di una riduzione di costi inutili per le aziende (tenere una persona in aula il doppio delle ore necessarie non migliora le sue competenze) e di una migliore esperienza formativa per il destinatario.
- la formazione dovrà comprendere processi di acquisizione di soft skill fondamentali per la sicurezza (gestione dello stress, consapevolezza situazionale, decision making, comunicazione, ecc.). La formazione, da costo, si trasforma in un’opportunità di cui, indirettamente, è possibile anche misurare un ritorno dell’investimento in termini di produttività e non solo in riduzione degli infortuni.
- rivedere completamente il sistema di qualificazione dei docenti formatori, valorizzando i più performanti e incentivando la qualificazione di formatori interni alle aziende, sia per facilitare l’analisi dei fabbisogni, sia per garantire processi di formazione continua, sia per lo svolgimento di attività formative che non richiedono competenze esterne per essere eseguite, sia per declinare sempre più la formazione come contenuti specifici dell’azienda a cui appartengono i lavoratori.
Valutazione dei rischi: un esercizio di conoscenza e immaginazione
Come sappiamo, l’art. 28 del D.Lgs. 81/08 prevede che la valutazione dei rischi debba essere fatta per “tutti i rischi” presenti. La convenzione attuale si basa sulla convinzione che la sicurezza possa essere basata sull’anticipazione esaustiva di tutte le potenziali minacce e sulla predeterminazione di tutte le risposte (sicure) previste, salvo poi rivedere e migliorare l’analisi anche sulla base degli incidenti e near miss avvenuti.
Ogni incidente spinge ad ampliare la valutazione dei rischi, nella convinzione di poter eliminare l’imprevedibile. Ma più il sistema si raffina, meno segnali critici emergono, riducendo la nostra capacità di apprendere e adattarci. Purtroppo, diversamente da quanto sinora ritenuto, l’incidente non è la manifestazione dovuta alla scarsa implementazione di un paradigma efficace, ma la ragionevole conseguenza di un paradigma di efficacia limitata.
Parafrasando l’art. 2, comma 1, lett. q), D.Lgs. n. 81/08, la valutazione dei rischi è una valutazione documentata (il DVR), riguardante tutti i rischi dell’organizzazione che possono avere conseguenze per i lavoratori. Lo scopo della valutazione è la definizione delle disposizioni necessarie in termini di prevenzione e protezione per minimizzare i rischi individuati, garantendo l’evoluzione in meglio dei livelli di sicurezza nel futuro. Cosa si fa nella pratica?
Si parte da un esercizio di osservazione e immaginazione: si osserva la realtà e da essa si estraggono i “pericoli” oppure- quando ancora un’attività è in fase di progettazione – si studia un fenomeno e si ipotizzano degli scenari e come potrebbero verificarsi. In una fase successiva le evidenze e le conoscenze vengono messe a sistema e, che si tratti di pericoli individuati o scenari ipotizzati, si valutano le probabilità e le conseguenze ad essi associati. Ciò servirà a distinguere ciò che è tollerabile o accettabile da ciò che non lo è, e a fornire una gerarchia di priorità.
Questa la teoria: in pratica, chiunque abbia un minimo di esperienza di valutazione dei rischi sa quanto esse siano principalmente affette da due grandi limiti:
- la mancanza di conoscenza può essere un limite del valutatore o della scienza (in questo secondo caso occorrerà attendere il progresso scientifico per prevenire determinati eventi)
- il limite dell’immaginazione, che è rappresentato dall’incapacità da parte del valutatore di immaginare o anche, banalmente, ritenere credibili determinati scenari.
Un rischio non immaginato, molto banalmente, verrà ignorato tanto quanto un rischio non conosciuto. Ma, a differenza della conoscenza, l’immaginazione non si studia. Così, nonostante immaginare uno scenario sia un esercizio di prospettiva futura, a tutti gli effetti diventa un ricorso al passato: ci si avvale cioè dell’esperienza, richiamando alla memoria situazioni analoghe (o apparentemente tali) comprensive dei loro esiti per stabilire se esse siano sicure o meno.
L’individuazione dei pericoli basata sulla conoscenza scientifica è solida ma incontra il limite della complessità, soprattutto nei sistemi sociotecnici, dove tecnologia, organizzazione e fattori umani si intrecciano in modi imprevedibili. Le valutazioni qualitative, inevitabili in questi contesti, sono soggette a bias e pressioni esterne. Di fronte a questa incertezza, l’uso dell’immaginazione non è un’alternativa alla conoscenza, ma un complemento necessario per anticipare scenari non ancora codificati.
Nessuna valutazione dei rischi comprende la misura dell’incertezza di cui è affetta. In sintesi: si eseguono, stime senza nessuna indicazione della loro accuratezza e si prendono decisioni sulla base di queste stime, senza alcuna base scientifica.
Il ruolo del DVR
Il documento di valutazione dei rischi (DVR) ha evoluto la sua funzione, diventando sempre più un mero strumento difensivo, non tanto contro gli infortuni, quanto contro le possibili contestazioni da parte degli organi di vigilanza e le eventuali ripercussioni legali. Se da un lato il DVR dovrebbe concentrarsi esclusivamente sull’individuazione delle situazioni non sicure, dall’altro tende sempre più a enfatizzare ciò che è stato fatto per dimostrare la sicurezza, piuttosto che focalizzarsi sulle aree vulnerabili.
Ciò che davvero conta, tuttavia, è che il DVR raccolga evidenze delle condizioni di non sicurezza, cercando di anticiparne gli effetti prima che si concretizzino in incidenti o danni. Per farlo, è fondamentale costruire una leadership consapevole e capace di dare la giusta attenzione anche alle criticità più piccole, creando una cultura della sicurezza partecipata, in cui i lavoratori siano incoraggiati a condividere le proprie osservazioni e a segnalare ogni anomalia, anche se di portata minima. Solo attraverso questo approccio proattivo si può sperare di ridurre realmente i rischi, evitando che la sicurezza diventi un’etichetta piuttosto che una reale prassi.
Leadership sulla sicurezza
La leadership sulla sicurezza è una delle soft-skill fondamentali di datore di lavoro, dirigenti e preposti, ma il suo esercizio oggi coincide – grosso modo-con l’adempimento degli obblighi imposti dal D.Lgs. n. 81/2008. I leader sono concentrati sull’applicazione degli obblighi normativi che, per effetto della burocratizzazione, si sono svuotati di contenuti: i responsabili delle aziende dicono alle persone cosa fare per lavorare sicuri, organizzano i corsi di formazione, definiscono le misure di prevenzione e protezione e controllano che esse vengano rispettate. L’approccio “gestionale” è concentrato sul “cosa si fa” e spinge le persone a “fare cose”.
Un approccio basato sulla leadership “della sicurezza” è, invece un approccio concentrato sul “come si fanno” le cose, integrandolo con gli obiettivi generali dell’organizzazione. In queste aziende non esiste una distinzione tra “lavoro” e “sicurezza”: l’unica modalità concepibile di operare è quella sicura e tutti – lavoratori compresi – sono coinvolti “(e)motivamente”, cioè con il cuore e con le motivazioni. I leader non si limitano a dire agli altri cosa fare e a gestire i processi perché le cose si facciano, ma sono impegnati a far capire perché quello è il modo giusto di operare, comunicano la loro visione della sicurezza come valore intrinseco degli obiettivi di produzione, spingono il piede sull’acceleratore della credibilità, mettendo in gioco loro stessi attraverso la coerenza tra ciò che dicono e ciò che fanno.
Questo approccio è molto più orientato alle persone, sviluppa la cultura della comunicazione da parte di chi è impegnato in prima linea nel rilevare gli scostamenti tra come il lavoro è stato progettato (le procedure) e come il lavoro viene o può essere concretamente eseguito.
Ecco, quindi, cosa diventa fondamentale inserire nelle organizzazioni:
- competenze di un buon leader e stili di leadership
- la visione critica degli errori e delle violazioni
- l’importanza del coinvolgimento dell’intera organizzazione per il raggiungimento degli obiettivi di sicurezza
- l’assunzione di responsabilità
- la disponibilità di risorse
- la partecipazione dei lavoratori
- la gestione dei conflitti con gli obiettivi di produzione.
Partecipazione
Il combinato tra leadership e partecipazione dei lavoratori consente al sistema di reagire rapidamente con soluzioni efficaci:
- una leadership efficace incentiva il coinvolgimento dei lavoratori e la loro partecipazione costruttiva, incoraggiando il loro intervento quotidiano attivo nelle questioni di salute e sicurezza e promuovendo la cultura della segnalazione dei segnali deboli, ascoltando le loro perplessità e collaborando per mettere in pratica soluzioni condivise;
- la partecipazione dei lavoratori stimola la cultura del dialogo e incoraggia i lavoratori a prendere parte ai processi decisionali in materia di salute e sicurezza, proponendo soluzioni alle criticità da essi stessi evidenziate, collaborando con il management per la loro implementazione e assumendosi la responsabilità di attenersi alle norme di legge e ai regolamenti aziendali in materia di salute e sicurezza.
Considerazioni e spunti da (fonte): Igiene & Sicurezza del Lavoro 12/2024
Le Direttive sociali a 30 anni dal recepimento: lo stato dell’arte – di Andrea Rotella